Nato, abbiamo un problema

Quando ascolta la domanda specifica, il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, è seduto nel salottino  laterale dell’ufficio alla Farnesina. Risponde subito. “La Germania ha appena stretto un accordo con la Russia. Grazie a questo accordo, i rifornimenti militari al contingente tedesco impegnato in Afghanistan potranno arrivare anche da nord, e non più soltanto da sud, attraverso il Pakistan. (nella foto Reuters, un tir bruciato dai talebani al valico di Chaman, confine tra Pakistan e Afghanistan)
20 DIC 08
Ultimo aggiornamento: 09:52 | 14 AGO 20
Immagine di Nato, abbiamo un problema
Quando ascolta la domanda specifica, il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, è seduto nel salottino laterale dell’ufficio alla Farnesina. Risponde subito. “La Germania ha appena stretto un accordo con la Russia. Grazie a questo accordo, i rifornimenti militari al contingente tedesco impegnato in Afghanistan potranno arrivare anche da nord, e non più soltanto da sud, attraverso il Pakistan. E’ un percorso molto meno rischioso”. Varrà anche per l’Italia? Ci sono le condizioni per stringere un patto simile con Mosca e garantire il passaggio sicuro dei rifornimenti ai nostri soldati? “Assolutamente sì. Noi non avremmo problemi – dice al Foglio – Se la Difesa deciderà di esplorare questa strada, a livello politico siamo già partner privilegiati della Russia”.
Frattini parla del “Corridoio nord”. E’ il “talk of the town” negli ambienti diplomatici e Nato: sarà la rotta alternativa per rifornire le truppe occidentali impegnate nella guerra contro i talebani in Afghanistan passando dal versante settentrionale del paese, che confina con le Repubbliche ex sovietiche e sta per diventare la corsia preferenziale per il comando Nato e per quello americano a Kabul. Se Vladimir Putin darà il suo permesso. (nella foto Reuters, un tir bruciato dai talebani al valico di Chaman, confine tra Pakistan e Afghanistan)
Oggi il 75 per cento dei rifornimenti segue ancora la rotta via terra attraverso il Pakistan. Da otto a quattordici giorni di viaggio su vecchi camion a nolo, partenza a sud dal porto di Karachi e passaggio obbligato per due strettissimi valichi lassù a nord nelle aree tribali del nordovest. Ma l’area sta cadendo sotto il controllo dei talebani pachistani, nonostante l’esercito di Islamabad sia impegnato in grandi offensive nelle province di Bajaur e Mohmand, nella valle alpestre di Swat e vicino alla città di Peshawar. Il transito dei trecento mezzi al giorno è sempre più a rischio. Razzi, imboscate, mine, sequestri. Ora che gli americani stanno preparando il “surge” anche in Afghanistan – almeno ventimila uomini in più per provare a riportare sotto controllo il paese – avranno bisogno di ancora più rifornimenti. E i talebani avranno ancora più convogli da colpire sui tornanti delle aree tribali.

Come a Dien Bien Phu
Questa primavera la guerriglia pashtun ha annunciato una nuova strategia, meno diretta che in passato, simile a quella dei pitoni: un lento e progressivo strangolamento che lascia senza ossigeno la preda, fino a quando è pronta per essere ingoiata. La strategia lascerà il contingente occidentale senza i rifornimenti da cui dipende – come ogni esercito moderno – e ne renderà inutile la superiorità tecnologica. Una fonte interna di al Qaida dice all’affidabile Asia Times che “tagliare quelle linee di approvvigionamento è la chiave del successo. Se riusciremo a bloccarle già nel 2008, la coalizione occidentale sarà costretta a lasciare l’Afghanistan nel 2009. Se lo faremo il prossimo anno il loro ritiro è certo per il 2010”.
I talebani dicono di ispirarsi alle tattiche guerrigliere del leggendario generale vietnamita Vo Nguyen Giap, uno dei principali architetti delle due vittorie – prima contro i francesi e poi contro gli americani – nelle guerre d’Indocina. A Dien Bien Phu, una catastrofe militare ricordata con orrore in Francia, il comandante magrolino dei Viet Minh costrinse alla capitolazione i diecimila soldati del colonnello De Castries occupando le alture attorno alla base e impedendo sistematicamente tutti i rifornimenti via terra e via aria. Gli annunci dei nuovi ammiratori di Giap sono stati accolti con scetticismo dal comando Nato. “Mi fanno ridere quando provano a paragonare la loro strategia di guerriglia a quella del generale Giap – disse in aprile il portavoce di Isaf, generale Carlos Branco – I talebani non hanno mai una nuova strategia. Ogni anno la annunciano. E’ come la sempre imminente offensiva di primavera. Di che parlano? Far saltare qualche ripetitore per telefonini a Helmand e a Kandahar, e qualche centrale elettrica a Ghazni? Quella roba non è mica un’offensiva”.
Questa primavera il generale Branco non teneva conto di due elementi. Il primo è che la nuova strategia dei Viet-talebani non è stata eleborata da loro, ma è un parto degli ex ufficiali dell’Isi, il servizio segreto militare del Pakistan, che li appoggiano in modo costante e discreto. Ci sono anche consiglieri militari “embedded” tra i neoseguaci di Giap, e sono stati addestrati a fare questo tipo di cose fin dai tempi della guerra irregolare del Kashmir contro gli indiani. Il secondo è che la guerra è ormai tracimata sopra la Linea Durand che separa Afghanistan e Pakistan e si sta allargando a sudest nelle aree tribali pashtun. Ora anche i talebani pachistani – il movimento Tehrik-I-Taliban-Pakistan (Ttp), comandato da Baitullah Mehsud – sono della partita. E hanno fatto in modo che tutti si accorgessero del loro ingresso in guerra.

Raffica di attacchi
In sei giorni, tra il 7 e il 13 dicembre, i guerriglieri del Ttp hanno attaccato sei volte i grandi parcheggi di smistamento alla periferia di Peshawar dove i camion carichi di rifornimenti Nato sostano prima di valicare il passo Khyber. Il 7 dicembre un gruppo enorme – tra i duecento e i trecento uomini, in un esercito regolare corrisponde grossomodo a una compagnia – ha dato l’assalto al Portward logistic terminal. I Viet pachistani hanno sfondato il cancello d’ingresso a colpi di razzo, hanno aperto grossi buchi nei muri di cinta, hanno messo in fuga le guardie da 50 dollari al mese sparando all’impazzata e sono sciamati dentro. In quaranta minuti hanno trasformato centosei tir, e i settanta mezzi blindati Humvee caricati sui rimorchi, in un falò metallico. Quella stessa notte è stato attaccato anche il terminal al Faisal: i tre custodi sono stati ammazzati a raffiche mentre scappavano, sessantadue Humvee sono diventati un piazzale di rottami anneriti (non è chiaro se ad agire nella stessa notte è stato un solo gruppo di talebani o due). Questo tipo di incursioni si è poi ripetuto altre quattro volte. Succederà ancora.
La logistica Nato è difficile perché la logica talebana è semplice. Gli Humvee stanno dando una grande prova di efficienza in Afghanistan. Corazzati ed equipaggiati con una mitragliatrice da 12,7 millimetri, sono l’orgoglio e la sicurezza dei soldati occidentali – inchiodano il nemico a un chilometro di distanza, quando ancora non può usare le sue armi leggere. Quando però viaggiano per il Pakistan, caricati sui mezzi, sono ancora immobili e vulnerabili. Colpire il nemico quando è ancora imballato: Giap approverebbe.
I guerriglieri attaccano anche i convogli in movimento, con raffiche e razzi. A metà novembre hanno inseguito e bloccato una colonna con tredici Humvee nell’area di Jarmud, poco oltre Peshawar. Prima di incendiare i camion hanno scaricato almeno due blindati e li hanno presi come bottino di guerra, ornandoli con bandiere talebane: i primi mezzi blindati della guerriglia. Dall’alto di un forte vicino, le guardie di frontiera pachistane hanno visto tutto ma non hanno sparato un colpo. Soltanto due ore dopo l’esercito del governo centrale ha mandato due elicotteri a caccia dei guerriglieri, ma era troppo tardi. Da lunedì, dopo la morte di due guidatori, la Khyber Trasport Association – più di 3.500 camion – si rifiuta di lavorare per la Nato. “Ormai è troppo pericoloso, abbiamo paura”.
Il problema non è soltanto sulla giugulare montana del passo Khyber, ma anche alla base di partenza, sulla costa piana e civilizzata e nel porto di Karachi. I primi incendi di Humvee americani risalgono ad agosto, quando una ventina di uomini armati ha devastato un molo militare. In teoria Karachi, nell’estremo sud del Pakistan, è fuori dalla zona di influenza talebana.
La Nato minimizza. Il portavoce dice che i sei spettacolari attacchi alle rotte di rifornimento sono “insignificanti dal punto di vista militare ”. Il capo di stato maggiore americano, Mike Mullen, mercoledì scorso ha ammesso però la “crescente preoccupazione. Con questa preoccupazione, stiamo lavorando duro per trovare nuove opzioni”. Washington è così pronta a considerare alternative che ha persino considerato l’impossibile, l’idea di passare con i rifornimenti attraverso il territorio iraniano; ma Teheran ha rifiutato con voluttà.

Carovanieri in Afghanistan
Il contingente occidentale ha problemi di rifornimento anche sul territorio afghano. Gli americani sono stati costretti a moltiplicare i lanci di rifornimenti con paracadute – quest’anno sono stati 800, contro i 99 del 2005 – perché le strade sono diventate pericolose e le truppe sono sparse in avamposti lontani. Secondo le statistiche dell’U.S. CentCom, il tonnellaggio di vettovaglie lanciate dall’alto è raddoppiato rispetto all’anno scorso. “Lo facciamo perché così salviamo vite”, dice a UsaToday il generale dell’aviazione Arthur Lichte. Gli attacchi con trappole esplosive sulle strade sono stati 1.041 quest’anno, contro i 224 del 2005. I rifornimenti dall’aria, anche se più costosi, diventano sempre più accurati: nel 99 per cento dei casi atterrano a meno di cento metri dall’obiettivo. Allah ka fazal ho! – in urdu: buona fortuna (ma c’è stato almeno un caso in cui i rifornimenti sono finiti dritti nelle mani dei talebani)!
Secondo il quotidiano britannico Times alcuni carovanieri afghani pagano una tassa ai talebani per non essere attaccati. Quattordici mesi fa non era così, le compagnie di trasporto riuscivano a proteggersi senza essere costrette a pagare, ma ora la sicurezza sulle strade è così deteriorata che preferiscono sborsare il pedaggio al nemico. Circa mille dollari a veicolo, per gruppi di 50-100 camion. Il 24 giugno scorso un convoglio di cinquanta tir è stato distrutto e sette guidatori sono stati decapitati sul ciglio della strada. Così una compagnia, che Times non nomina, ha deciso di farsi scortare dai talebani. Siedono nel mezzo di testa e garantiscono un viaggio tranquillo. Per il sistema di contratti e subcontratti, i costi del racket talebano sono caricati sui militari: indirettamente i contribuenti Nato stanno riempiendo le tasche dei loro nemici.

La Russia è beata

Per saltare questa massa di inconvenienti, la Nato vuole aprire una nuova rotta attraverso la Russia e l’Asia centrale nelle prossime otto settimane. “Parliamo di settimane e non di mesi. Due mesi è il massimo”, conferma al Times un ufficiale Nato. Kazakistan e Uzbekistan, le due nazioni che separano la Russia dall’Afghanistan, si sono già accordate in linea di principio per concedere l’uso delle loro ferrovie. Il Corridoio nord sarà discusso la settimana prossima durante un incontro formale fra l’ambasciatore russo alla Nato, Dmitri Rogozin, e il segretario generale del Patto atlantico Jaap de Hoop Scheffer.
Allo stesso tempo, la Nato e gli Stati Uniti sono impegnati in colloqui per aprire anche una terza rotta attraverso il Turkmenistan – “repubblica” a chiusura stagna, ma l’unica nell’Asia centrale a non essere esplicitamente filorussa – per non consegnare a Vladimir Putin l’ultima parola sui rifornimenti ai propri uomini. Le cosiddette forniture “non letali” (tutte, tranne armi, esplosivi e munizioni) attraverseranno su navi il Mar Nero, arriveranno in Georgia, passeranno nel vicino Azerbaigian e di nuovo in nave supereranno il Mar Caspio fino al Turkmenistan, da dove saranno trasportate in Afghanistan. L’accordo con la Georgia è già stato firmato, naturalmente: Tbilisi si sente capitale occidentale. Quello con l’Azerbaigian è “in via di definizione”. Questa rotta centrale – di una settimana – sarà più lunga e costosa di quella russa e di quella pachistana, e anche esposta alle tensioni politiche e militari che covano nel Caucaso.
La Russia è beata. Ora, proprio mentre il prezzo del suo petrolio precipita, dispone di un nuovo strumento di pressione. Che intenda giocare anche il permesso di transito dentro l’eterna partita di potere putiniana è reso chiaro da due fatti. Con la Nato c’era già un primo accordo, risalente al vertice di Bucarest dello scorso aprile. Ma è stato congelato questa estate, durante la guerra in Georgia, il punto più basso delle relazioni diplomatiche tra occidente e Cremlino. “Naturale – aveva commentato con fredda soddisfazione l’ambasciatore russo in Afghanistan, Zamir Kabulov – la Nato ha sospeso la cooperazione militare con noi: questo deve includere anche il permesso di transito per i loro rifornimenti”.
Il secondo fatto: Mosca parla con la Nato presa in blocco soltanto dei rifornimenti “non letali”, ovvero del materiale non bellico. Ma è pronta a premiare singoli paesi con concessioni anche militari. Lo ha fatto a novembre, con la Germania amica. Lo farebbe senz’altro – come dice il ministro Frattini – con l’Italia. Ha concesso a Parigi e Berlino anche il diritto di passaggio nel proprio spazio aereo, come prova di buona volontà. Sostiene che è troppo complicato compilare un accordo unico con 26 paesi differenti, ma è un modo per centellinare le concessioni in cambio di favori.
C’è il rischio, mette in guardia il generale afghano Noor ul Haq Uloomi, che presto anche il corridoio nord diventi un bersaglio per gli attacchi della guerriglia. Potrebbe attirare estremisti e destabilizzare le ex Repubbliche sovietiche, sempre nei guai con le loro frange islamiste. Ma almeno per tutto il 2009 l’accordo dovrebbe funzionare bene. E come il 2007 è stato l’anno “make or break – o la va o la spacca” in Iraq, il 2009 sarà l’anno cruciale per la guerra in Afghanistan.